case popolari

Marzo 10th, 2010 by vincenzo

Due ore di tensione in via Filadelfia per il gesto di un inquilino abusivo dell’Atc ex IACP

Si cosparge di benzina e minaccia: «Lasciatemi la casa o mi do fuoco»

TORINO 10/03/2010 - Voleva darsi fuoco di fronte alla sede della circoscrizione 2 in via Filadelfia, perché cacciato dall’alloggio che aveva occupato in corso Salvemini 25. Giulio Zavanese, Robi per gli amici, 46 anni, ha giocato la carta della disperazione, in realtà non voleva andare fino in fondo, semplicemente sperava di attirare l’attenzione sui suoi problemi, che non sono pochi.

Quattro figli, la maggiore ha vent’anni e il più piccolo dieci, cliente assiduo dei servizi sociali di via Filadelfia, alla disperata ricerca di una casa, è entrato abusivamente nell’appartamento di corso Salvemini sapendo bene ciò che lo attendeva: lo sgombero. «Mi sono riempito di benzina per la mia famiglia - dice agitatissimo - io non voglio il sussidio, voglio una casa. Quando ho visto i vigili questa mattina sono uscito di testa e mi son detto: io brucio ma almeno qualcuno provvederà alla mia famiglia». Zavanese è arrivato davanti alla circoscrizione verso le 14: ha sparso benzina dappertutto e anche su se stesso, minacciando di darsi fuoco con un accendino.

La cosa è andata avanti per diverse ore: intorno a lui una folla di curiosi, vigili urbani, vigili del fuoco, funzionari della circoscrizione. Alla fine lo hanno convinto a lasciar perdere. Sul suo caso interviene il presidente dell’Atc Giorgio Ardito, che rivela pure una realtà preoccupante: «L’alloggio occupato nel maggio 2009 da Zavanese era appena stato sgomberato da un’altra occupazione penale. Sospettiamo che in quell’area ci sia qualcuno che organizza le occupazioni abusive in cambio di denaro». Infine, Ardito ricorda che chi si installa abusivamente in un alloggio lo sottrae in genere a chi ha maggiori diritti.

 articolo scritto da Thomas Ponte torino cronaca

diritto di sospensione

Febbraio 26th, 2010 by vincenzo
P.A. e potere generale di sospensione dell’efficia dell’atto amministrativo tra dottrina e giurisprudenza: l’art.7, comma 2 della l.241/1990 (nota a Consiglio Di Stato, Sez. V – Sentenza 9 Ottobre 2003 N. 6038 -)

 La sentenza del Consiglio di Stato, riportata in calce per esteso, si pone all’attenzione degli operatori del diritto per aver ritenuto la legittimità di un provvedimento di sospensione - a fini cautelari - emesso dalla stessa p.a. che aveva precedentemente emanato l’atto, in relazione al quale, si rendeva quindi necessario procedere ad un’approfondito esame delle sottese problematiche giuridiche.Nel caso di specie, dallo stesso Ente pubblico veniva disposta la sospensione dell’efficacia di una precedente delibera con la quale era stata manifestata la volontà di procedere all’erogazione della rendita vitalizia in favore di un proprio dipendente.In verità, come esplicato nella stessa decisione, secondo una corrente di pensiero diffusa da una parte della dottrina e della giurisprudenza, - alla quale hanno aderito i giudici di prime cure - la sospensione dell’atto amministrativo non sarebbe un istituto di carattere generale (differenziandosi da forme affini, quali l’autotutela, sotto il duplice aspetto della revoca ovvero dell’annullamento d’ufficio dell’atto  ritenuto contra jus o comunque viziato), essendo manifestazione di un potere tipico, esercitabile solo in presenza di una norma ad hoc, che, appunto, lo contempli specificamente, tenuto conte dei requisiti previsti di forma e di sostanza. Tale orientamento, è stato “soppiantato” di netto dalla decisione in esame, molto probabilmente a seguito di quanto statuito con l’avvento della L. 7 agosto 1990 n. 241, al cui art. 7, 2° comma, veniva sancito che la p.a. ha la facoltà di intraprendere un provvedimento a contenuto cautelare, anche nel periodo antecedente rispetto alla comunicazione dell’avviso di inizio del procedimento. La chiave di lettura della sentenza sembra fondarsi proprio su tale inciso, dal quale, il Consiglio di Stato appare aver tratto la “linfa vitale” per affermare - contrariamente al citato orientamento - il carattere generale dell’istituto della sospensione dell’atto amministrativo da parte della stessa p.a. emanante.Ad ogni buon conto, anche considerando tale impostazione, dovrebbero pur sempre specificarsi quantomeno alcuni elementi essenziali, tra i quali ad esempio, il termine iniziale di efficacia della sospensione, giacché un’eventuale sospensione sine die finirebbe per confondersi in un vero e proprio provvedimento di revoca implicita del provvedimento contestato,  peraltro, con forme e modalità esecutive prive di qualsiasi controllo, anche per quanto reso attinente alla stessa procedura seguita in concreto dall’amministrazione, che pure dispone dello strumento dell’autotutela per pervenire ad analoghi risultati.Infatti, una sospensione “sine die” di un atto amministrativo, sarebbe inficiata di illegittimità, in primis, per l’evidente violazione del principio stesso insito nell’istituto in esame, basato sulla <temporaneità> e <caducità> degli effetti di natura dichiaratamente provvisoria.Peraltro, qualcuno potrebbe notare come lo stesso potere di autotutela che la p.a. risulta avere a disposizione, deve essere usato in misura accorta e ragionata, rispettosa delle forme e delle procedure, attraverso i noti istituti dell’annullamento d’ufficio o della revoca/abrogazione dell’atto stesso, in ossequio al vigente principio di tipicità dell’atto amministrativo.  In particolare, come si legge tra le righe della decisione, il thema decidendum oggetto del dibattito dottrinale e giurisprudenziale, è costituito dalla statuizione in merito alla possibilità di sospendere l’efficacia di un proprio atto amministrativo da parte della stessa Autorità amministrativa che ebbe ad emetterlo. Su tale punto specifico, premesso che sia dottrina che giurisprudenza, in passato non hanno assunto un’atteggiamento univoco, può comunque sottolinearsi come la corrente maggioritaria ritenga di poter equiparare, - ovviamente, avuto riguardo agli effetti sostanziali prodotti medio tempore, in luogo di quelli producibili, ove mancante l’effetto “sospensivo” - la sospensione di un atto amministrativo ad un’istituto di natura chiaramente cautelare, intesa nel senso di consentire alla stessa p.a. che ebbe ad emanare  l’atto, un esame, diciamo maggiormente “scrupoloso” e “prudente” sul contenuto di quest’ultimo, al fine di evitare che, medio tempore, l’esecuzione del provvedimento contestato possa produrre conseguenze pregiudizievoli per i destinatari. Per tale motivo, gli effetti sospensivi sono del tutto provvisori, proprio al fine di consentire - come appena detto - una maggiore attenzione meditativa sulle condizioni che ebbero effettivamente a legittimarne l’adozione, e, che in caso di ripensamento, in ultima analisi, potrebbero spingersi anche fino alla definitiva sostituzione dell’atto amministrativo precedentemente emesso, con un diverso atto, di contenuto ed effetti diversi.Così delineata la “sottesa” natura giuridica della sospensione, l’attenzione della dottrina (e della giurisprudenza) si è rivolta principalmente nell’affrontare la problematica concernente l’esatta <definizione> dei contorni dell’istituto, preoccupandosi di circoscriverne correlativamente anche gli stessi effetti. Orbene, la sentenza, discostandosi dall’orientamento che, come innanzi riportato, non considera la sospensione dell’atto amministrativo un istituto di carattere generale - (a differenza dell’autotutela, nelle forme della revoca, ovvero dell’annullamento d’ufficio dell’atto), in quanto potere tipizzato, il cui esercizio sarebbe possibile solo in presenza di una norma ad hoc, che ne preveda appunto l’utilizzo - ha prestato invece adesione alla corrente di pensiero che ritiene esistente in favore della p.a. un generalizzato potere di sospensione dell’atto amministrativo precedentemente emesso. A voler vederci chiaro, la “molla” che, almeno dal punto di vista legislativo, avrebbe fatto scattare l’adesione del Consiglio di Stato a favore della seconda tesi, (propugnata da un parte della dottrina) ben potrebbe rinvenirsi nell’art. 7, comma 2, della L. 7 agosto 1990 n. 241, laddove si riscontra - come già anticipato al lettore nelle righe che precedono - a favore della p.a. la prerogativa di emanare provvedimenti di chiaro contenuto cautelare già nel periodo antecedente rispetto all’invio della comunicazione dell’inizio del procedimento, donde, può quindi ritenersi sussistente un potere “generale” della p.a. per quanto riguarda la sospensione dell’efficacia esecutiva dei propri atti amministrativi, in quanto detto potere, trae origine direttamente dalla legge, e, non da una mera creazione artificiale attribuibile alla giurisprudenza.Avvocato* CONSIGLIO DI STATO, SEZ. V – sentenza 9 ottobre 2003 n. 6038 - Pres. Frascione, Est. Corradino - Comune di Napoli (Avv.ti Testa e Ricci) c. *** (n.c.) - (annulla T.A.R. Campania-Napoli, Sez. V, 13 aprile 1995, n. 163).   MASSIMAL’oggetto del dibattito è costituito dal carattere generale o meno dell’istituto de quo. Infatti, secondo un primo orientamento condiviso da alcuni giudici di primo grado, la sospensione degli atti amministrativi non è un istituto di carattere generale (a differenza dell’autotutela, nelle forme della revoca ovvero dell’annullamento di ufficio), trattandosi di un potere tipico, esercitabile solo in presenza di una specifica norma che espressamente la preveda, in costanza dei presupposti e nelle forme contemplate. Secondo un altro filone giurisprudenziale alla pubblica amministrazione va riconosciuto, in via di principio, un potere generale di sospensione dei propri provvedimenti. Questo Consesso (Consiglio Stato sez. IV, 24 maggio 1995, n. 350) ha avuto modo di precisare la propria adesione a quest’ultima opzione ermeneutica; infatti dopo l’entrata in vigore della l. 7 agosto 1990 n. 241, il cui art. 7 comma 2, prevede che l’amministrazione ha la facoltà di adottare un provvedimento cautelare anche prima della comunicazione dell’avviso di inizio del procedimento, può ritenersi affermata la sussistenza di un potere generale dell’amministrazione di sospensione dei propri atti. FATTOCon ricorso ritualmente notificato e depositato la Signora Giovanna ***, dipendente del Comune di Napoli sino alla data di collocamento a riposo (1 ottobre 1979) adiva il TAR Campania impugnando i provvedimenti della Giunta Comunale con i quali veniva disposta la sospensione dell’erogazione della rendita vitalizia riconosciutale con deliberazione della medesima Giunta, successivamente modificata, per la frattura del collo chirurgico dell’omero destro con distacco della trochide dipendente da causa di servizio. Il TAR Campania ha accolto il ricorso di primo grado.La sentenza è stata appellata dal Comune di Napoli. La signora *** non si è costituita per resistere all’appello. Alla pubblica udienza del 25 marzo 2003, il ricorso veniva trattenuto per la decisione.DIRITTOL’appello è fondato, e conseguentemente va annullata la pronuncia resa dal T.A.R. Campania.Deve essere preliminarmente ricordato che, anche di recente, questa Sezione (Cons. Stato, Sez.V, 04/08/2000, n.4310) ha affermato che <<non è dovuta ai dipendenti comunali una rendita vitalizia a carico dell’ente per invalidità contratta per causa di servizio. Va infatti esclusa la possibilità dell’erogazione di rendita vitalizia da parte degli enti locali, anche sotto la vigenza del d.P.R. n. 191 del 1979, in quanto ai dipendenti non assicurati Inail doveva essere esteso il regime dell’equo indennizzo, per il suo carattere risarcitorio e previdenziale>>.1 - Viene, a questo punto, in rilievo la questione, controversa in giurisprudenza, della configurazione dell’istituto della sospensione degli atti amministrativi ad opera della stessa autorità amministrativa. Secondo la giurisprudenza e la dottrina maggioritarie, la sospensione degli atti amministrativi è quell’istituto che consente all’autorità emanante, in attesa di un esame più approfondito ed al fine di evitare che, medio tempore, l’esecuzione del provvedimento produca conseguenze pregiudizievoli, di disporre in via provvisoria la sospensione dell’efficacia dell’atto. La sospensione è adottata in via provvisoria e cautelare, proprio al fine di consentire una più adeguata ponderazione dei presupposti di fatto e di diritto, perchè appunto la pubblica amministrazione si determini definitivamente, ritirando l’atto sospeso ovvero consentendogli di continuare a produrre i suoi effetti.L’oggetto del dibattito è costituito dal carattere generale o meno dell’istituto de quo. Infatti, secondo un primo orientamento condiviso da alcuni giudici di primo grado, la sospensione degli atti amministrativi non è un istituto di carattere generale (a differenza dell’autotutela, nelle forme della revoca ovvero dell’annullamento di ufficio), trattandosi di un potere tipico, esercitabile solo in presenza di una specifica norma che espressamente la preveda, in costanza dei presupposti e nelle forme contemplate. Secondo un altro filone giurisprudenziale alla pubblica amministrazione va riconosciuto, in via di principio, un potere generale di sospensione dei propri provvedimenti. Questo Consesso (Consiglio Stato sez. IV, 24 maggio 1995, n. 350) ha avuto modo di precisare la propria adesione a quest’ultima opzione ermeneutica; infatti dopo l’entrata in vigore della l. 7 agosto 1990 n. 241, il cui art. 7 comma 2, prevede che l’amministrazione ha la facoltà di adottare un provvedimento cautelare anche prima della comunicazione dell’avviso di inizio del procedimento, può ritenersi affermata la sussistenza di un potere generale dell’amministrazione di sospensione dei propri atti.Ne discende che, nella vicenda che ha formato oggetto del giudizio di primo grado, l’amministrazione ha correttamente esercitato un potere attribuitole dalla legge, anche in considerazione della problematica giuridica dell’erogabilità, da parte degli enti locali, di rendite vitalizie per invalidità contratta per causa di servizio.Per le ragioni esposte l’appello va accolto.Sussistono giuste ragioni per compensare le spese di giudizio.P.Q.M.Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione V) accoglie l’appello e per l’effetto annulla la sentenza appellata.Compensa le spese di giudizio.Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.Così deciso in Roma, palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, nella camera di consiglio del 25 marzo 2003, con l’intervento dei sigg.ri:Emidio Frascione presidente,Giuseppe Farina consigliere,Paolo Buonvino consigliere,Aniello Cerreto consigliere,Michele Corradino consigliere estensore.L’ESTENSORE                                                                    IL PRESIDENTEf.to Michele Corradino                                                       f.to Emidio Frascione 

decadenza

Febbraio 26th, 2010 by vincenzo

 

TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

PER LA LOMBARDIA

MILANO

SEZIONE II

Registro Ordinanze: 81/18

Registro Generale: 6169i97

composto dai Signori:

EZIO MARIA BARBIERI Presidente
CARMINE SPADAVECCHIA Cons.
RITA CERIONI Cons. e relatore

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nella Camera di Consiglio del 14 Gennaio 1999

Visto il ricorso 6169/97 proposto da:

C.V.

rappresentato e difeso da:

PICERNO MICHELE

con domicilio eletto in MILANO
VIA LECCO, 2

presso

PICERNO MICHELE

contro

COMUNE DI R.

non costituito.

per l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione, del decreto di decadenza dell’assegnazione alloggio prot. n. 030549 in data 6.10.97 e notificato il 21.10.97;

Visti gli atti e i documenti depositati con il ricorso;

Vista la domanda di sospensione della esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dal ricorrente;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di:

Udito il relatore Cons. Rita Cerioni

Udito altresì il procuratore delle parti nominate

Ritenuto che sussistono gli estremi previsti dall’art. 21, ultimo comma, della legge 6.12.1971, n. 1034;

P.Q.M.

accoglie la suindicata domanda incidentale di sospensione.

La presente ordinanza sarà eseguita dalla Amministrazione ed è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

 

MILANO, li 14 Gennaio 1998

Rita Cerioni



TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

DELLA LOMBARDIA

 

 V.C., elettivamente domiciliato in Milano, via Lecco, 2, presso lo studio dell’avv.to Michele Picerno che lo rappresenta e difende per procura a margine del presente atto

ricorrente

CONTRO

COMUNE Dl R. in persona del Sindaco pro-tempore

resistente

Oggetto: IMPUGNAZIONE - ANNULLAMENTO DECRETO

DECADENZA DALL’ASSEGNAZIONE ALLOGGIO POPOLARE

PREMESSO IN FATTO

1) che in data 21/10/97 il Comune di R. ha notificato all’odierno resistente decreto di decadenza dell’assegnazione dell’alloggio n. 128 di via B. n. 19 con sede in R.;

2) che il Comune di R. ha dichiarato la decadenza suddetta poiché “nell’alloggio abita il nucleo famigliare del Sig. C.N.”

CARENZA Dl MOTIVAZIONE

Con il primo motivo di ricorso il signor C. eccepisce la carenza di motivazione del provvedimento impugnato.

Non si comprende, infatti, quale sia l’elemento di fatto posto a fondamento del provvedimento impugnato.

Da un lato, infatti, il decreto di decadenza pone a fondamento della decisione la presenza nell’alloggio del nucleo famigliare del signor C.N..

Dall’altro, pone a fondamento il fax del 30/5/97 del sottoscritto procuratore che si produce (doc.n.1)

II provvedimento di decadenza non ne chiarisce i motivi: infatti, gli elementi in fatto richiamati nel provvedimento non costituiscono valido motivo di decadenza.

ECCESSO DI POTERE

Più volte l’amministrazione comunale di Rozzano ha ritenuto che vi fosse l’esistenza di una sublocazione fra l’odierno ricorrente e la famiglia C., come si evince dalla contestazione prodotta sub. 2. Peraltro, ciò presuppone che il signor C.V. non abiti più in via Betulle, 19.

In realtà, ciò non è dato.

Infatti, come e possibile evincere dalla relata di notifica, il provvedimento impugnato è stato notificato a mani dello stesso.

Ciò è la prova della permanenza in loco del ricorrente.

In realtà, il ricorrente a mezzo del sottoscritto procuratore ha spiegato più volte come non sia potuto presentare presso l’ALER o non sia sempre rimasto in casa, vuoi per le continue cure cui deve esser sottoposto, vuoi perché fuori Rozzano.

Attualmente il ricorrente versa in precarie condizioni di salute, poiché ricoverato presso l’USSL 32 per esser sottoposto ad intervento chirurgico.

La famiglia C. si limita semplicemente a prendersi cura dello stesso, quando questi torni a casa per motivi di convalescenza.

Attualmente, poi, il ricorrente rischia di esser trasportato negli USA per esser sottoposto ad un intervento chirurgico al cuore.

Tanto premesso il signor V.C., ut supra rappresentato e difeso adisce codesto Ill.mo Tribunale perché assuma le seguenti conclusioni

IN VIA PRELIMINARE: sospendere il provvedimento impugnato, ricorrendo i presupposti del periculum in mora e del fumus boni juris: quanto al periculum in mora, poiché il ricorrente versa in precarie condizioni di salute, tali da richiedere disponibilità dell’alloggio allo stesso assegnato nel caso in cui fosse disposta l’assistenza domiciliare;

Quanto al fumus boni juris, il ricorrente si riposta integralmente alle premesse elaborate sopra da intendersi qui integralmente trascritte.

NEL MERITO, IN VIA PRINCIPALE: annullare il provvedimento impugnato adottato dal Comune di Rozzano perché illegittimo, nullo e/o annullabile per i motivi esposti in diritto e conseguentemente tutti gli atti amministrativi connessi e/o collegati allo stesso.

IN VIA ISTRUTTORIA: ammettersi, occorrendo interpello e testi sulla seguente circostanza in fatto: “Vero che il signor C. Nicola é ospite del signor V.C.”;

“Vero che il signor C.N. presta assistenza al signor V.C.”

Si produce:

documentazione di cui in narrativa

Si indica a teste il signor C.N.

Con vittoria di spese diritti e onorari

 

Milano, li 15 dicembre 1997

avv. Michele Picerno

sospensione ordinanza del sindaco

Febbraio 26th, 2010 by vincenzo

INTERLAND CALENO

Tenta il suicidio dandosi fuoco: gesto disperato di un uomo che cercava una casa per i propri figli

gesto disperato di un uomo che cercava una casa per i propri figli

Pignataro Maggiore: Giuseppe Bucciaglia, dipendente comunale di 46 anni, si è dato fuoco perché a carico della sua famiglia era stata emessa l’ennesima ordinanza di sfratto dall’alloggio di via Rabin. Una storia paradossale e piena di colpi di scena, tra magistratura penale, amministrativa e civile ma che non ha trovato una soluzione. Infatti, il Comune di Pignataro Maggiore, in più occasioni aveva disposto lo sgombero coatto della famiglia Bucciaglia dall’alloggio che nel 2003 avevano occupato in via Rabin. Sgombero, più volte rinviato a causa delle varie sentenze della magistratura e dei vari interventi della Prefettura di Caserta. La travagliata storia di Giuseppe Bucciaglia ebbe inizio nel marzo del 2003, quando Giuseppe Bucciaglia, dipendente comunale con mansione di custode cimiteriale, occupava abusivamente un alloggio di proprietà dell’Iacp. Nel contempo, a seguito dell’occupazione abusiva della villetta, sita in via Rabin, peraltro fornito di attrezzature per disabili, il Comune di Pignataro completava l’alloggio a proprie spese al fine di assicurate al nucleo familiare del Bucciaglia un ambiente di vita adeguato e dotato di idonee strutture prive di barriere architettoniche, garantendo le condizioni necessarie per la sopravvivenza di due dei quattro figli del dipendente comunale. Il paradosso si è verificato nel 2007, quando il Sindaco Magliocca, prima aveva assegnato alla famiglia Bucciaglia l’alloggio, perché consapevole che nella procedura di assegnazione, non era stata prevista la riserva per i portatori di handicap e poi emetteva un’ordinanza di sgombero, perché a suo dire: “Facendo seguito all’incontro tenuto in data 02.04.07. presso la Prefettura di Caserta nel corso del quale è stato trattato l’argomento di cui all’oggetto, e a precedente diffida di sgombero prot. N.2078 del 23.02.06 si diffida la S.V. occupante senza titolo, a rilasciare l’alloggio di proprietà dell’Iacp di Caserta sito in via I. Rabin, città, entro e non oltre il termine perentorio di 30 giorni dalla data di notifica della presente. In caso di inosservanza si procederà allo sgomberò coatto dopo aver provveduto alla migliore sistemazione dei figli ai sensi dell’art. 403 del Codice Civile”. A questo punto il Bucciaglia, assistito dagli avvocati Giuseppe e Pietro Romano e Gianfranco D’Angelo, presentò un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, richiedendo l’annullamento dell’ordinanza di sfratto. Il ricorso al Tar venne accolto al fine di garantirgli “tempo materiale” per riuscire a trovare un alloggio alternativo a quello occupato e che potesse soddisfare le esigenze della famiglia Bucciaglia con due figli con gravi handicap. In pratica al Bucciaglia venne concessa una proroga di sei mesi al fine di consentirgli la ricerca di un’abitazione fornita di rampe di accesso e bagni per disabili. Il Bucciaglia, fino ad ieri mattina, è stato impegnato infruttuosamente alla ricerca di un appartamento disponibile a fitto e che potesse ospitare i suoi figli affetti da gravi handicap. Poco prima delle 15,00, dopo aver ricevuto l’ennesima ordinanza di sfratto, a firma del Sindaco Magliocca, inerme di fronte ad un’introvabile soluzione, esce di casa, e lungo il viale delle palazzine dell’Iacp, si è prima cosparso di benzina e poi si è dato fuoco. A salvarlo un vicino di casa, Antonio Schettini, ed un Carabiniere in servizio presso la locale Stazione, che incuranti del pericolo, si sono lanciati sul corpo del Bucciaglia che nel frattempo era divento una torcia umana, evitando che le fiamme stroncassero la vita dell’uomo. Sul posto, giungeva prontamente l’ambulanza del 118 che dopo aver prestato le prime cure sanitarie in loco, scortata dai Carabinieri ed a sirene spiegate, si dirigeva all’ospedale San Sebastiano e Sant’Anna di Caserta, dove veniva ricoverato in terapia intensiva, con gravi ustioni di terzo grado su tutto il corpo e vari organi interni danneggiati dalle fiamme, perché il Bucciaglia, oltre a cospargersi di benzina indossava una tuta di materiale sintetico. I medici del Civile di Caserta, in tutti i modi, stanno cercando di strapparlo dalla morte, ed in attesa di un posto in qualche nosocomio provvisto di un reparto per grandi ustionati. Veniva allertata anche un’eliambulanza pronta a trasferire il Bucciaglia in un centro specializzato. Sul posto, anche la Polizia Municipale di Pignataro, agli ordini del Capitano Alberto Parente che effettuava i rilievi insieme ai Carabinieri. famiglia-bucciaglia1.jpg Bucciaglia, dipendente comunale, sposato con Antonietta Zaccariello, casalinga, con quattro figli di cui due con handicap al 100% e con gravi problemi motori, ed in particolare affetti da “tetaparesi spastica” ed “idrocefalo”, con questo gesto estremo, decidendo di togliendosi la vita, a suo dire, avrebbe risolto il problema della casa. Una storia particolare quella della famiglia di Giuseppe Bucciaglia, che si trascina da anni sotto gli occhi di tutti e soprattutto sotto la negligenza, l’indifferenza e la sordità delle istituzioni. Senza poi parlare dell’indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, condotte dal Pubblico Ministero, Luigi Landolfi, che vede protagonista il Bucciaglia ed il Sindaco Magliocca. In particolare, quest’ultimo, avrebbe ricevuto dei soldi in cambio dell’assegnazione definitiva dell’alloggio al Bucciaglia, oltre che a due casi di violazione della legge elettorale ed il reato di falso. La casa è un problema di tutti, la casa deve essere un diritto per tutti ed in particolar modo delle famiglie con minori e portatori di handicap, ma queste belle parole vengono smentite dai fatti che hanno coinvolto in prima persona la famiglia di Giuseppe Bucciaglia che per anni e senza nessun risultato, ha cercato una casa adeguata ai gravi handicap dei suoi figli, senza rivedere nessun aiuto dalle Istituzioni tutte, anzi stavano tutte contro di lui. La storia della famiglia Bucciaglia è una storia triste e di abbandono e per questi motivi avevamo raccolto il loro ultimo e disperato appello: “Io, Giuseppe Bucciaglia, padre di quattro figli, di cui due con gravi handicap, mi appello a tutte le Istituzioni, allo scopo di far bloccare l’ordinanza di sgombero promossa dallo stesso Sindaco, che prima mi fece occupare l’alloggio, requisendolo ed assegnandomelo, ed oggi, ci vuole cacciare di casa. Non sono mai stato un occupante abusivo, visto che pago ogni mese alle casse comunali regolarmente l’affitto di 252 euro mensili. In realtà, dietro questa scelta di sgomberare la mia famiglia dall’alloggio di via Rabin c’è una probabile speculazione, come accerterà la magistratura. Quindi, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, chiedo alle istituzioni preposte, la revoca dello sgombero per dare tempo alla giustizia di fare i dovuti accertamenti. Non lascerò la mia casa di via Rabin, perché sono anni che cerco una alloggio alternativo che possa soddisfare le esigenze dei miei figli con gravi handicap. Il Sindaco, solo con l’uso della forza, potrà cacciarci fuori di casa. La casa è un problema di tutti, la casa deve essere un diritto per tutti ed in particolar modo delle famiglie con minori e portatori di handicap. Le mie sono delle legittime rivendicazioni, resisteremo e chiediamo la solidarietà di tutti. Attendiamo fiduciosi risposte da parte di tutte le istituzioni”. Infatti, in merito alla questione giudiziaria, tra il Bucciaglia ed il Sindaco Magliocca, da una nota del Comitato anticamorra di Pignataro Maggiore, apprendiamo che: Concluse le indagini preliminari del pubblico ministero della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, dottor Luigi Landolfi, per il cosiddetto “caso Bucciaglia” a carico del sindaco di Pignataro Maggiore, Giorgio Magliocca (che è anche capogruppo di An al Consiglio provinciale), accusato tra l’altro di corruzione. Ricevuto l’avviso, Magliocca - assistito dall’avvocato Filippo Trofino - avrà venti giorni per far sentire le proprie ragioni con un nuovo interrogatorio o presentando memorie difensive; poi il pubblico ministero potrà chiedere o l’archiviazione delle accuse o il processo a carico del sindaco. Giorgio Magliocca è indagato perché in concorso con il dipendente comunale Giuseppe Bucciaglia, con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, in qualità di sindaco del Comune di Pignataro Maggiore riceveva dallo stesso Bucciaglia la somma di cinquemila Euro, dopo aver compiuto atti contrari ai doveri di ufficio consistiti nel consentire al dipendente comunale di occupare abusivamente l’alloggio di proprietà dello Iacp con attrezzatura per disabili sito alla via Rabin, alloggio fatto completare a spese del Comune mentre era giù occupato abusivamente da Giuseppe Bucciaglia. Fatti del marzo 2003. Come si ricorderà, quando si diffuse la notizia delle indagini Giorgio Magliocca fece sapere a mezzo stampa di essere convinto della immediata archiviazione del “caso”. Da allora, però, dopo un drammatico confronto con Giuseppe Bucciaglia e altre denunce del dipendente comunale, all’originaria accusa di corruzione si sono aggiunti altri tre siluri all’indirizzo del sindaco. E così il pubblico ministero ha contestato a Magliocca pure due casi di violazione della legge elettorale e il reato di falso. Con riferimento al maggio 2005, Magliocca è indagato perché in qualità di candidato alla carica di consigliere provinciale, per ottenere a proprio vantaggio il voto elettorale del dipendente comunale, prometteva allo stesso Giuseppe Bucciaglia utilità consistita nel consentirgli di continuare ad occupare abusivamente l’alloggio dell’Iacp. Relativamente al maggio del 2006, Giorgio Magliocca è indagato perché in qualità di candidato alla carica di sindaco di Pignataro Maggiore, per ottenere a proprio ed altrui vantaggio il voto elettorale di Giuseppe Bucciaglia alla sua lista, prometteva al dipendente comunale utilità consistita nel consentirgli di continuare ad occupare abusivamente l’alloggio di proprietà dell’Iacp. Il riferimento ad un vantaggio “altrui” potrebbe riguardare la preferenza che Giuseppe Bucciaglia espresse – dice il dipendente comunale nella sua denuncia – a favore di uno dei candidati della lista del centrodestra, “Alleanza civica per le libertà”, Pietro Ricciardi (che non fu eletto). Va detto che in nessun modo Pietro Ricciardi – recentemente nominato da Magliocca nel consiglio d’amministrazione dell’azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, “Patrimonio Pignataro srl” - risulta coinvolto nell’inchiesta per il “caso Bucciglia”. Il dipendente comunale denunciante, infatti, ha dichiarato al magistrato che ogni responsabilità è da attribuire all’attuale sindaco e che Pietro Ricciardi (molto conosciuto perché è editore e direttore editoriale della testata giornalistica online www.comunedipignataro.it) era all’oscuro della promessa elettorale. Secondo quanto è stato possibile apprendere, Giuseppe Bucciaglia avrebbe consegnato al pubblico ministero una fotografia con la scheda votata e recante la scritta con la preferenza “Ricciardi”. Poi c’è l’accusa di falso, per fatti del 22 maggio 2006. Magliocca è indagato per aver firmato un mandato ad litem a margine del ricorso nella forma di motivi aggiunti nell’interesse di Giuseppe Bucciaglia, contraffatto in ogni sua parte, depositato al Tribunale amministrativo regionale della Campania di Napoli. Gli accertamenti su quest’ultima vicenda sono stati fatti il 18 dicembre 2007. Anche Giuseppe Bucciaglia attende le decisioni del pubblico ministero – richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio – sia quale denunciante sia perché è a sua volta indagato. Il dipendente comunale – assistito dall’avvocato Pietro Romano – è indagato perché in concorso con Giorgio Magliocca, con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi consegnava a Giorgio Magliocca quale sindaco di Pignataro Maggiore la somma di cinquemila Euro dopo che questi aveva compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio consistiti nel consentire allo stesso Giuseppe Bucciaglia di occupare abusivamente l’alloggio di proprietà dello Iacp con attrezzatura per disabili sito alla via Rabin, alloggio fatto completare a spese del Comune, mentre lo stesso era già occupato abusivamente da Bucciaglia”. bucciaglia-alloggio-iacp.jpg Ed ancora, l’avvocato Gianfranco D’Angelo che assiste la famiglia per la questione giudiziaria avviata al Tribunale Amministrativo Regionale di Napoli, in merito riferisce che la Quinta Sezione del Tar della Regione Campania, aveva sospeso l’ordinanza dell’ordinanza n. 99 del 3 luglio 2007, a firma del Sindaco di Pignataro Maggiore, Giorgio Magliocca, che disponeva lo sgombero coatto a carico di Giuseppe Bucciaglia e famiglia dall’immobile di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari di Caserta sito in via Rabin. La sospensiva dell’ordinanza di sgombero coatto (D.P. n.2165/2007, è stata emessa dal dottor Carlo D’Alessandro, presidente della Quinta Sezione del Tribunale Amministrativo Regionale della Regione Campania, con sede a Napoli, nella quale si legge: “Visto l’8° comma dell’art. 21 della legge 6.12.1971 n1034 come modificato dalla legge 21.07.200 n.205; visto il ricorso 1381/2006, proposto dal Bucciaglia Giuseppe, rappresentato e difeso dall’avvocato Gianfranco D’Angelo contro il Comune di Pignataro Maggiore; per l’annullamento previa sospensione dell’efficacia esecutiva, dell’ordinanza n.99 del 03.07.2007, a firma del Sindaco del Comune di Pignataro Maggiore, con la quale si ordinava al ricorrente di rilasciare l’immobile di proprietà dell’Iacp, disponendo altresì, nel caso di inottemperanza, lo sgombero coatto alla ore 8,00 del giorno 23.07.2007; vista l’istanza depositata il 17.07.2007 con la quale l’avvocato Gianfranco D’Angelo, procuratore della parte ricorrente, chiede l’adozione delle misure cautelari provvisorie; considerato che la predetta istanza possa trova accoglimento in relazione alle ragioni rappresentate e che, pertanto, il provvedimento impugnato debba rimanere sospeso fino alla pronuncia cautelare nella camera di Consiglio del 06.09.2007; accoglie l’istanza indicata in premessa sino alla Camera di Consiglio del 06.09.2007”. Il caso giudiziario, entrato poi nel merito della questione, con la discussione in camera di consiglio, nel mese di settembre, terminò con ulteriore sospensiva di 150 giorni allo scopo di consentire al Bucciaglia di trovare un’altra sistemazione abitativa per la proprio famiglia, con scadenza al 4 febbraio 2008.

30/01/2008

l’Anci Roberto Tricarico, Assessore alle Politiche per la Casa di Torino -

Febbraio 25th, 2010 by vincenzo

25/2/2010 (7:29) - Quattro milioni di case fantasma

 

 Alloggi vuoti nell’Italia
dell’emergenza abitativa
Appello dei sindaci al governo:
ora sgravi fiscali 
Quattro milioni di case vuote. O meglio case«fantasma». Affittate, ma in nero. Abitate da inquilini che ci sono (e sono tanti: almeno 3 milioni di persone), ma non si devono vedere. Da residenti «mordi e fuggi» che firmano contratti di quindici giorni o, massimo, un mese. Stranieri che pagano in contanti e, all’occorrenza, smammano in fretta. Per un giro d’affari che sfugge al fisco e sfiora i 9 miliardi di euro l’anno. A preoccuparsi di mettere a nudo questo fenomeno sommerso (1 milione di alloggi vuoti, tre milioni affittati in nero) per la prima volta nella storia, in modo bipartisan, tutti i sindaci italiani. Il record, secondo l’Anci, spetta a Roma e Milano quelle stesse città dove si registra una media che va dalle 30 mila alle 13 mila persone in coda per ottenere una casa popolare. E’ così: a fronte di una marea di alloggi vuoti o inutilizzati (almeno per la legge) in Italia le famiglie in coda per ottenere un tetto sono 600 mila. Con una media di attesa pro-capite per ottenere il sospirato alloggio che va dai cinque ai dieci anni. Se poi, accanto a questo fenomeno - l’affitto che c’è ma non si vede - consideriamo il fatto che il governo ha tolto l’Ici sulla prima casa, trascurando però del tutto il problema dell’affitto sommerso si capisce il motivo per cui l’Anci abbia deciso, domani a Venezia, in un convegno («Una nuova politica sugli affitti: le proposte dei Comuni») di affrontare di petto l’argomento. «Chiediamo al Governo di affrontare la situazione a nome di quei 600 mila italiani che sono tuttora in attesa di una casa - spiegano all’Associazione comuni d’Italia - ma anche a nome di quei 4 milioni di famiglie che abitano in affitto e non hanno ancora potuto godere di alcuna agevolazione a differenza di chi è proprietario».
Gli uomini con la fascia tricolore, dunque, riuniti in laguna, spiegheranno all’Italia che è tempo di rivoluzionare il mercato della locazione. «Da quando infatti il governo ha approvato l’abolizione dell’Ici si sono sì accontentati parecchi cittadini, ma allo stesso tempo create due Italie - spiegano nel loro documento - quella, ampia e soddisfatta, di chi abita in casa propria (l’81,5 per cento delle famiglie), ma anche quella che patisce gli effetti di un Paese che evade il fisco per 9 miliardi di euro». Ma qual è il modo per sbloccare le case fantasma? «Uno solo - spiega il presidente nazionale per le Politiche abitative per l’Anci Roberto Tricarico, Assessore alle Politiche per la Casa di  Torino - rendere il canone più conveniente e alleggerire le tasse a chi affitta». Aggiunge: «Soltanto fornendo incentivi fiscali ai proprietari, quali l’azzeramento dell’Ici per chi pratica canoni calmierati, una tassa fissa del 20 per cento sulla rendita derivante dalla locazione e la totale deducibilità dell’affitto da parte degli inquilini sulla denuncia dei redditi, si può favorire l’incontro fra domanda e offerta». In molti Comuni, come a Genova o a Torino - incalzano all’Anci - sono già attive le Agenzie pubbliche per la locazione a canoni calmierati: qui si offrono contributi economici a proprietari e inquilini (sui 5 mila euro) e si mettono al riparo i proprietari da morosità e danni.
I sindaci, però, chiedono di andare oltre: «Il Governo deve istituire un’Agenzia nazionale per l’affitto in grado di mettere in rete gli sportelli e vigilare sul sommerso». Un grande occhio contro l’affitto invisibile.

Affitto: oltre 100.000 famiglie a rischio e 650.000 vorrebbero una casa pubblica

9. aprile 2008, 17:51 Affitto, Comunicati stampa, Condominio, Economia e Finanza0 commenti

sicet-affitto.JPGQuesti i dati dell’emergenza casa in Italia, emersi oggi, nella Conferenza Stampa del SICET. Il segretario generale Guido Piran ha ricordato le 100.400 richieste di esecuzione, nel 2007, per gli sfratti causati dalla insostenibilità degli affitti. Ma anche le 650.000 domande per un alloggio pubblico con un soddisfacimento inferiore al 5 %. “Il triste quadro – ha ricordato Piran – è il risultato dell’aumento del 10 % all’annuo del costo degli affitti che continua da un decennio e dal disimpegno dell’offerta abitativa pubblica.” Il SICET chiede quindi alla politica più attenzione agli affitti. Servono tre interventi. Una nuova legge sulle locazioni private che per l’abitazione principale e in tutti i comuni abbia come sistema quello della contrattazione del canone. Oltre ad una dotazione degli ammortizzatori sociali nel sostegno affitto di 500 milioni annui e una graduazione degli sfratti.

Il rilancio dell’ edilizia pubblica con un piano decennale alimentato da 2 miliardi annui. “Questo però – ha spiegato il segretario del SICET- in un quadro di chiarezza istituzionale sulle competenze tra Stato e Regioni.” Urgenti misure straordinarie per impedire gli sfratti causati dalla morosità, investendo in un fondo nazionale di 100.000 euro, a disposizione delle commissioni prefettizie      - Sicet.

  • vincenzo Il tuo commento é in attesa di essere moderato. febbraio 25th, 2010 alle 14:37

    Mi rivolgo a voi,perchè dall’assessorato casa l’assessore non fissa un appuntamento.nonostante l’ho richiesto più volte via e mail.l’indirizzo è,roberto.tricarico@comune.torino.it,l’appuntamento era volto al fine di ottener una vebalizzazione scritta e controfirmata,in via unilaterale.la motivazione:nel corso degli anni non ho avuto risposte adeguate alle mie richieste.oggi verifico che,affinche è esortato in via verbale tutto va bene,quando si ricorre per le vie informali nessuno risponde.accenno. mi hanno umiliato,vessato,per numerosi mesi mi hanno vietato di recarmi negli uffici dell’assessorato,infine per non lasciar traccie mi vietavano anche di protocollare le mie missive.mi dirottavano al palazzo di fronte dove era posto il protocollo generale,da qui segnalato il mio nome ,scortato dai vigili,gli altri utenti si recavano al protocollo senza scorta,si notava che fui mirato.dagli uffici comunali come replica l’assessore sulla stampa del 25/02/2010,affitti calmierati mi propose un monocamera a distanza di tre anni,la giustificazione fù,non vi erano alloggi disponibili.dopo aver reso un senso di rifiuto al sottoscritto ,modificò l’offerta disse: le furono proposti 4 alloggi è lei che li rifiutò.addossando il dolo al sottoscritto.
    in primo luogo,addossarono la colpa a me venne riferito.affinche non paga tutto il moroso all’ufficio case popolari,non ha diritto a fare nessun’altra domanda di casa ,dopo trascorsi tre anni senza che io,accettassi il loro consiglio di pagare il morosoo,abbandonarono la proposta di casa popolare e proposero l’affitto calmierato su una camera di propietà del comune.ma nel contempo si resero conto che erano tre anni che,dormivo nella mia vettura,nel contempo si resero conto che degenerava la mia persona e che si era anche degenerato il rapporto del lavoro.al momento ringraziose qualcuno mi risponde,penso che quanto accennato è disumano.

  • articoli atc torino

    Febbraio 23rd, 2010 by vincenzo

    Risultato Ricerca

    Sfrattata da una casa Eap (edilizia abitativa pubblica)

    Febbraio 23rd, 2010 by vincenzo

    L’attacco non appena ha saputo che sarebbe finita in una comunità

    Sfrattata dalla casa popolare Ragazzina colta da epilessia

    TORINO 19/02/2010 - Quando l’ufficiale giudi­ziario ha presentato il conto, annunciando lo sfratto come improrogabile, Jessica si è sentita male. Un attacco epi­lettico al solo sentir pronun­ciare la parola « comunità » , dove sarebbe tornata insieme al bambino che porta in grem­bo da due mesi. Facendole tor­nare alla mente il ricordo di un trauma difficile da dimen­ticare, già vissuto insieme alla mamma, Clelia, e alla sorelli­na di quattro anni. L’indigen ­za. Ricordo che, ieri mattina, ha bussato di nuovo alla por­ta.
    Non ci fosse lo stipendio di papà Massimo, seicento euro con cui allevare da dicianno­ve giorni anche l’ultimo figlio arrivato, i tecnici incaricati dall’Atc avrebbero cambiato la serratura. Un mese di proro­ga, invece, dietro il pagamen­to di una piccola quota del debito che ora resta di seimila euro. Questa l’ultima decisio­ne del presidente Ardito.
    «Questo è un esempio da ma­nuale di mancata assegnazio­ne di una alloggio popolare ­spiega il presidente dell’Atc ­. Una famiglia con un reddito così basso dovrebbe entrare di diritto nell’edilizia popolare, non essere orientata verso un contratto privatistico con un canone, che, per quanto cal­mierato, è superiore alle capa­cità di sostenerlo». Bastereb­bero, a conti fatti, cinquecento case popolari in più all’anno per tamponare un fenomeno che rischia di allargarsi.
    La storia di Massimo Vitale e la sua famiglia sembrava ini­ziare con i migliori auspici, tre anni fa. «Avevamo affittato un alloggio in corso Mortara, tra­mite Locare, il servizio del Co­mune che garantisce contratti calmierati - racconta Massimo -. Prima mia moglie e i miei figli stavano in comunità, io mi arrangiavo come potevo». Nel frattempo, la telefonata tanto attesa, anche per chi all’epoca doveva arrangiarsi con un sussidio di circa tre­cento euro. «Abbiamo firmato il contratto, io ho trovato lavo­ro in un’impresa di pulizie - continua -. I soldi, però, non sono bastati mai e non ce l’ab­biamo fatta a pagare ogni me­se. Nemmeno i servizi sociali sono riusciti ad aiutarci più di tanto, non ce la faremmo ades­so a ritrovarci di nuovo sepa­rati, con le mie figlie e mia moglie in comunità. Un’altra volta».

    Commenti

    luisella 19/02/2010, 19:55
    Dite al Sig. Ardito ,che per avere case a sufficenza,basterebbe buttare fuori quelli che non hanno più titolo per starci,persone che hanno un buon reddito, appartamenti affittati,e che,abitano soli,e vanno in giro a vantarsi di avere balconi di 90 metri,pagando niente. Di questi casi ce ne sono molti;hanno solo da guardare .

    Ha ragione Luisella,spero che non sia la Luisella Bono,ho avuto una terribile esperienza.Ma oltre a quanto accennato del suo commento aggiungo:il signor Ardito non replica quanto dettato dall’articolo 13 della legge 431/98,dove si evince fondo a garanzia dell’affitto su rimborso se il tetto dell’affitto incide pari al 19% del reddito.A riguardo dei 500 alloggi che replica al fine di sopperire il bisogno abitativo aggiungo: a scanso della pubblicità che ricorre in questi casi per esporsi ,il suo compito era di strigliare gli impiegati dell’ufficio condizioni abitative,ufficio che dovrebbe anni prima fare un quadro in anticipo al fine di non ingolfare la situazione di carenza abitativa.A quanto sembra non lo replica.Inoltre la famiglia della ragazza dai servizi sociali avrebbe dovuto ottenere l’intervento per legge su un quadro di aiuto interpellando i familiari ,in assenza avrebbero dovuto procedere per legge.

    Vincenzo

    concussione

    Febbraio 19th, 2010 by vincenzo

    18/2/2010 (9:16) - INDAGINE DEI CARABINIERI

    Filmati mentre intascano tangenti
    Manette a due funzionari del Fisco

    L’indagine sulle tangenti è stata condotta dai carabinieri

    Gli arresti a Varese dopo la denuncia
    di un imprenditore della zona

    VARESE
    Quindicimila euro in banconote da cinquecento, chiusi in una busta bianca dopo essere stati contati un’ultima volta, passano di mano, sopra la scrivania, da un commercialista a un funzionario dell’Agenzia dell’Entrate di Varese, che fa il gesto di riporre la mazzetta nella tasca interna del giubbotto. È questa la scena che le telecamere dei carabinieri hanno ripreso di nascosto nello studio di un professionista e che ha portato all’arresto di due dipendenti del Fisco, accusati di aver chiesto una tangente a un imprenditore della zona per evitare una verifica.

    L’imprenditore, appena un mese fa, aveva deciso di denunciare la cosa alle forze dell’ordine. I carabinieri hanno arrestato subito il funzionario che è stato sorpreso a intascare la prima tranche della mazzetta, in flagranza di reato: Massimiliano D’Errico, 40 anni, originario di Pomigliano d’Arco (Napoli) e referente varesino dell’ufficio Antifrode. Con lui è finito in manette il capo area responsabile dei controlli alle piccole e medie imprese, Vincenzo Mercadante, 52, originario di Conca della Campagna (Caserta), considerato complice e arrestato alla fine del turno di lavoro. Secondo le indagini, il tentativo di ottenere denaro dall’imprenditore (attivo nelle installazioni di impianti elettrici) è nato in seguito a un controllo valutario cui quest’ultimo era stato sottoposto nel 2007 alla dogana italo-svizzera di Ponte Tresa (Varese).

    La documentazione cartacea trovata in suo possesso attestava fra l’altro, riferiscono gli investigatori, il deposito di denaro su un conto bancario in Svizzera. Allora l’imprenditore varesino incaricò un commercialista di seguire i conseguenti adempimenti fiscali; lo stesso commercialista che nel giugno 2009 lo rappresentò alla prima convocazione all’Agenzia delle Entrate di Varese e che nei mesi successivi gli avviò le procedure per beneficiare dello Scudo fiscale. È a questo punto che secondo i carabinieri si materializza la richiesta concussiva: sempre attraverso il commercialista, i due funzionari delle Entrate fanno sapere che servono 10 mila euro per regolarizzare la posizione col Fisco. I soldi, per quanto si sa, arrivano a destinazione come fossero una dazione legale. Quando però la richiesta diventa più consistente, fino ad arrivare ad ulteriori 50 mila euro, l’imprenditore decide di denunciare.

    L’Agenzia delle Entrate ha fatto sapere che «continuerà a collaborare» con le autorità per far luce sul caso, pronta a prendere provvedimenti disciplinari nei confronti dei «funzionari infedeli» e a costituirsi parte civile «per tutelare i propri interessi nelle opportune sedi». «Spero si tratti di un fenomeno isolato», ha commentato stamani il procuratore di Varese, Maurizio Grigo. Grigo fu gip a Milano ai tempi di Mani Pulite e a chi gli ha chiesto analogie fra la cronaca di oggi e Tangentopoli ha risposto: «Il fenomeno corruttivo è analogo, ma oggi chi sottrae denaro lo fa per scopo personale».

    disagio sociale

    Febbraio 19th, 2010 by vincenzo

    18/2/2010 (17:29) - ORRORE A ROMA

    Bruciato e fatto a pezzi per venti euro

    Un clochard alla Stazione Termini di Roma

    Un romeno di quarant’anni ucciso
    e lanciato sotto un treno in corsa:
    non voleva cedere un telefonino.
    In manette due clochard 39enni

    ROMA
    Un omicidio orribile, nato tra miseria e disperazione, e scoperto dopo pochi mesi. All’origine una lite per un cellulare di moda e pochi litri di vino. Per questo un romeno di 40 anni la notte di Santo Stefano nel 2009 è stato picchiato a morte, bruciato e messo sui binari sotto un cavalcavia della linea Roma-Cassino per essere fatto a pezzi da un treno in corsa. Tutto perchè non voleva cedere qualche litro di vino e quel telefonino, venduto dai suoi assassini a 20 euro.

    L’uomo, senza fissa dimora, è stato ucciso da due connazionali clochard di 39 anni, arrestati dagli agenti della squadra mobile della questura di Roma. La lite è cominciata la sera di Santo Stefano dello scorso anno, quando i tre clochard si erano incontrati in attesa di andare a festeggiare con dieci litri di vino che avevano comprato. Ma dopo aver alzato il gomito, sotto il cavalcavia ferroviario all’altezza di Vermicino, dove dormiva la vittima, i due hanno picchiato il loro amico per prendersi le sue bottiglie di vino e il cellulare. La vittima è stata lasciata a terra in fin di vita per due giorni mentre i due assassini di tanto in tanto aspettavano che l’amico, agonizzante, morisse. Solo a quel punto hanno venduto il suo cellulare racimolando 20 euro.

    Poi i due romeni hanno tentato di far sparire il corpo, prima bruciandolo e poi mettendolo sui binari della ferrovia per farlo fare a pezzi dai treni in corsa. Ne è rimasto solo un corpo mutilato. Ma grazie ad alcuni testimoni la polizia ha ricostruito la dinamica dell’omicidio e sul posto gli agenti hanno trovato una gamba e un braccio della vittima nascosti sotto la massicciata della ferrovia, accorgendosi della mano di un cadavere che spuntava tra le pietre. La stessa mano che aveva stretto con forza quel cellulare costato una vita per 20 euro.

    diversificazione ceti sociali

    Febbraio 19th, 2010 by vincenzo

     

    E’ razzista un giovane italiano su due

    Il sondaggio è stato condotto dalla Swg su duemila giovani

     Rumeni, rom e albanesi sono
    le etnie più colpite da pregiudizi
    Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo o razzista, tra cui si conta un 15% romeno-rom-albanese fobico, il 40% invece è aperto all’inclusione, e sono soprattutto ragazze al Centro e al Sud.

    È questo il quadro che emerge dalla ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo, presentato oggi a Montecitorio. Il sondaggio è stato condotto dalla Swg su un campione di 2.085 giovani tra i 18 e i 29 anni.

    In particolare, le nuove generazioni si rapportano con gli altri in tanti modi diversi formando sette gruppi distinti a seconda del grado di apertura o di chiusura che li contraddistingue. Un universo giovanile che si spacca nettamente in due aree: da un lato, infatti, il fronte aperturista, che include quasi il 39,6% degli intervistati, in cui si trovano tre clan: gli «inclusivi» (il 19,4%), i «tolleranti» (il 14,7%) e gli «aperturisti tiepidi» (il 5,5%). Sul versante opposto abbiamo l’area di quelli più chiusi, respingenti, dove si collocato il 45,8% dei giovani italiani, suddivisi in tre gruppi valoriali, in tre clan: i Romeno-rom-albanese fobici (il 15,3%), gli xenofobi per elezione (il 19,8%) e gli improntati al razzismo (che sono il 10,7%). In mezzo, i mixofoci, che sono il 14,5% dei giovani.

    Gli inclusivi sono il clan pienamente aperturista verso gli immigrati, sono disponibili verso le posizioni altrui e riescono ad accettare serenamente le idee divergenti. Sono soprattutto ragazze (55,3%), persone tra i 22 e i 25 anni e residenti nelle Isole, al Sud e al Centro. Ad un gradino di capacità aperturista leggermente inferiore troviamo i «tolleranti» (14,7%): sono un po’ più freddi e calmierati rispetto agli inclusivi. La loro apertura verso il prossimo appare dettata da una presa di posizione razionale che nega gli atteggiamenti razzisti, piuttosto cha da una effettiva capacità di riconoscersi nell’altro. Così i giudizi sulle altre etnie, pur essendo nel complesso positivi, si caratterizzano per una maggior morigeratezza. L’ultima fetta della schiera aperturista, gli «aperturisti tiepidi», è composta da giovani decisamente antirazzisti (il 71% ritiene assolutamente inaccettabile qualunque atteggiamento discriminatorio), ma con forme più caute, più trattenute. Chi appartiene a questo clan crede nel rispetto di tutte le religioni, ma in modo un po’meno marcato; riconosce l’omossessualità come una forma d’amore al pari di quella eterossuale, ma in forma più ridotta rispetto agli altri due gruppi. Minori anche le forme di interazione con le altre etnie. Come avviene per tutti gli agglomerati aperturisti, si tratta di un gruppo composto soprattutto da ragazze e da 22-25 enni, anche se, in questo caso specifico troviamo anche una buona quota di under21.

    A metà dell’asse immaginaria che va dalla massima inclusione alle forme più marcate di esclusione, troviamo i «mixofobici». Si tratta del gruppo mediano in cui convergono i giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura, ma che non denotano nemmeno evidenti segnali aperturisti. Questi ragazzi si trovano a vivere in una sorta di limbo contraddistinto
    da un sentimento di fastidio di sottofondo, di sofferenza verso ciò che si allontana dalla loro identità. Sono, tuttavia, persone che non hanno ancora deciso fino in fondo «da che parte stare».
    Al contrario dei gruppi aperturisti, i mixofobici sono soprattutto maschi (55,4%), persone tra i 26 e i 29 anni e vivono principalmente al Sud e nelle Isole, soprattutto nei piccoli centri, tra i lavoratori precari, ma anche tra le famiglie agiate, tra i cattolici praticanti, ma anche tra quelli più saltuari e scostanti. Nell’area “escludente”, che raccoglie il 45,8% dei giovani, si va dall’avversione fino a posizioni di chiara marcatura razzista, si possono distinguere così tre clan. Il primo, 15,3%, è costituito dai «rumeno-rom-albanese fobici» che si scagliano contro un target ben preciso. Pur non provando particolare simpatia per diverse etnie, la loro intolleranza prende di mira più direttamente rumeni, rom e albanesi. Verso questi popoli hanno una vera e propria ossessione, ma riescono a convivere con altre appartenenze o, quantomeno, a dimostrare una certa indifferenza. Questo è l’unico clan, fra quelli dell’asse dell’esclusione, in cui la maggioranza è costituita da ragazze, il 56%. Per lo più i rumeno-rom-albanese fobici sono giovani «maturi», tra i 26 e i 29 anni, residenti a Nordovest e al Centro Italia, sono diplomati e vivono in famiglie benestanti.
    Seguono gli «xenofobi per elezione». Si tratta del clan giovanile più grande, che comprende quasi il 20% degli intervistati. L’atteggiamento predominante è quello di negazione netta di tutti
    gli immigrati, senza distinzioni particolari. Si sentono fortemente italiani. Sono il clan che marca di più questo universo identitario. Non esprimono forme di odio violente. La cosa che più conta è che le altre etnie se ne stiano lontane, possibilmente fuori dai confini nazionali. Gli adepti di questo clan sono per lo più maschi sotto i 21 anni.
    L’ultimo clan è quello degli «improntati al razzismo», il 10,7%, ed è il più estremo. Per i componenti di questo gruppo, infatti, non esistono razze ed etnie accettabili. Tutti, tranne europei ed italiani, sono da considerarsi antipatici. I giovani di questo gruppo ostentano la loro presunta superiorità, un persistente bisogno di potenza, atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell’inferiorità delle donne. In sostanza, rifiuto e fastidio per tutto ciò che è diverso. Il clan degli improntati al razzismo, rispetto a quello degli xenofobi per elezione, si distingue non solo per l’intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. E’ un agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, ancor prima che il proprio megafono.
    Questo è un clan che sta assumendo le forme di una sorta di brand, con lo sviluppo dei classici e tipici pilastri che compongono e conformano un marchio tipologico: propone una visione netta (una missione priva di ambiguità), esprime un potere sopra ai nemici (identifica il nemico senza fare distinzioni al suo interno, tutti gli «altri»), sviluppa un proprio storytelling (edifica la propria identità su un’impalcatura di racconti e storie, dicerie e senso comune), manifesta un senso di grandezza e potenza e si riconosce attraverso l’uso di simboli e rituali.

    - L’INDAGINE DELL’ASSEMBLEA DELLE REGIONI PIEMONTE

     La Stampa Torino 19/02/2010